Addio a Gianni Vattimo, filosofo, docente, divulgatore, europarlamentare

Si è spento a 87 anni il filosofo del “pensiero debole”

Il filosofo torinese di fama mondiale ha contributo, tra le altre, alla divulgazione del pensiero filosofico conducendo programmi televisivi in Rai

È morto all’età di 87 anni Gianni Vattimo, il filosofo torinese che ha avuto tra i tanti meriti di aver cercato quello di rendere la sua raffinata elaborazione teorica accessibile a un pubblico mediamente colto. Sempre disponibile al dialogo e alle più diverse iniziative, era anche stato a lungo parlamentare europeo.

Le umili origini

Nato nel 1936, Vattimo era figlio di un carabiniere calabrese trasferito a Torino, morto di polmonite quando il piccolo Gianni aveva appena sedici mesi. Cresciuto in povertà, si distinse da subito negli studi e non rinnegò mai le sue origini, anzi. Appena diciottenne divenne delegato diocesano degli studenti dell’Azione cattolica, dalla quale però venne presto espulso per le sue posizioni critiche verso l’autorità ecclesiastica.

L’esperienza in Rai

Nel 1955 entrò in Rai insieme agli amici Furio Colombo e Umberto Eco, lasciando però un paio d’anni dopo. La sua vera strada era quella universitaria, sotto la guida di un altro importante maestro e amico, Luigi Pareyson. Vattimo si era laureato nel 1959 con una tesi su Aristotele e nel 1964, a soli ventotto anni, aveva intrapreso l’insegnamento come incaricato di Estetica.

La nascita del pensiero debole

L’introduzione alla raccolta di saggi Il pensiero debole (Feltrinelli), firmata con Rovatti, è un’acuta critica alla ricerca dell’«Essere originario, vero», è qui che si possono individuare le basi del suo pensiero, che lo resero poi celebre in tutto il mondo.

Una vita segnata da eventi drammatici

Preside della facoltà di Filosofia di Torino negli anni Settanta, firma della «Stampa», personaggio pubblico di rilievo, Vattimo non nascose mai la sua omosessualità. La vita privata gli aveva riservato esperienze molto dolorose: la morte del primo compagno Gianpiero Cavaglià, nel 1992 a causa dell’Aids e del secondo, Sergio Mamino, colpito da un tumore e morto su un volo transoceanico dall’America all’Europa nel 2003, quando aveva già optato per l’eutanasia all’estero.

Il rifugio nella fede

Per Vattimo una fonte di salvezza rimaneva la fede religiosa, alla quale si era da lungo tempo riavvicinato, forse senza mai distaccarsene davvero. Rivedeva in Gesù «il primo grande desacralizzatore delle religioni naturali», colui che aveva smentito lo schema di un rapporto autoritario tra l’uomo e il trascendente, rivelando che «Dio ci chiama amici».

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